Westworld

Due parole su Westworld. Devo ancora iniziare il rewatch della prima stagione. Perché? Perché credo di essermi perso troppe cose e di averne notate, forse, solo una minima parte.

Dovrei iniziare dicendo che stiamo parlando di una serie tv assolutamente innovativa (nonostante l’idea non sia del tutto originale, anzi!), recitata da attori bravissimi (e conosciutissimi) con uno schema metanarrativo travolgente e costruito su vari livelli.

Westworld è un mondo della “terra promessa” americana, in cui ipotetici viaggiatori del futuro possono entrare e dare sfogo a tutto quello che è proibito loro, per abitudine e convenienza sociale. Appena scesi alla fermata del treno, si può entrare in una cittadina popolata da figure del tutto “meccaniche” ma altrettanto umane (40mila dollari al giorno e passa la paura). Brutti ceffi, cavalli, sparatorie, saloon, prostitute e risse da nulla sono gli ingredienti quotidiani di Westworld, e questo piace ai suoi visitatori, piace da impazzire.

Si tratta di un mondo popolato da “attori” meccanici, fedelmente costruiti sui modelli umani, programmati per svolgere il loro compito di intrattenimento verosimile alla realtà, tanto che gli stessi personaggi sono dotati di una certa complessità psicologica che seguono una linea narrativa creata a tavolino dagli autori. I visitatori possono scegliere se seguire tali storie oppure girovagare liberamente nel parco uccidendo, se ciò li diverte, i vari personaggi (azione non possibile reciprocamente). I robot vengono quindi lasciati alla mercé degli uomini, che possono agire su di loro in maniera del tutto incontrollata, tanto gli stessi automi vengono riparati, rimontati, riprogrammati per il giorno successivo che sarà un giorno uguale a quello precedente.

In che modo iniziano a cambiare le cose? Banalmente quando si verificano dei cambiamenti non previsti nelle azioni dei personaggi, dovuto alle “ricordanze” che il dottor Ford (un grandissimo Anthony Hopkins) inserisce per permettere di ricordare qualcosa delle monotone giornate. Ma questa sarà una discriminante che si rivelerà decisiva per lo svolgimento della narrativa principale, cioè della serie tv come la vediamo noi, dai nostri schermi. Con le ricordanze i robot si comportano i maniera ancora più realistica, ma nascondono il terribile pericolo di maturare una sorta di autocoscienza che li renderebbe incontrollabili.

Grazie ai dettagli, a piccoli movimenti e frasi, veniamo a conoscenza di alcuni personaggi chiave della serie: Dolores (interpretata da una bravissima Evan Rachel Wood), Maeve, una maîtresse che gestisce il bordello cittadino, un misterioso visitatore vestito sempre di nero (Ed Harris), Bernard e Theresa che sovrintendono allo svolgimento della storia nel parco. A questi due livelli narrativi (ipotetica realtà e Westworld) si aggiunge poi un terzo, incessantemente cercato dall’uomo in nero che vuole trovare un “livello più profondo” a tutto quello che il parco rappresenta.

Tutto cambia, da una dolce quiete, quando i robot – l’avevamo già detto – iniziano a capire di non essere reali e prendono autocoscienza di sé. Non sappiamo se le linee narrative del mondo del West e quelle del mondo reale si possono incrociare, vero è che i robot vengono riparati in laboratorio e quindi vengono a contatto con i tecnici e i gestori del parco. Le varie teorie possibili, già dopo i primi episodi, riguardano proprio l’intrecciarsi di personaggi reali con quelli robotici. Viene da chiederci anche dove sia questo mondo dei robot, fa parte del mondo reale o si trova in un altro spazio al di là della nostra immaginazione dove persino le figure che gestiscono il parco potrebbero essere meno reali di quello che crediamo?

Questo è in breve, quanto si può iniziare a capire dopo la visione di qualche episodio. Ed è solo una piccola parte delle congetture e delle teorie che si possono fare. Per questo direi che Westworld, pur non avendo inventato niente di così nuovo, è una serie tv avvincente e stimolante dal punto di vista della comprensione e delle idee che può far nascere negli spettatori. È una storia articolata e profonda, ambiziosa e in alcuni tratti persino troppo cerebrale.

Una cosa bellissima che si ascolta in ogni puntata è la canzone che il piano meccanico suona durante lo svolgimento delle azioni di Westworld, brani ridotti all’osso di capolavori come No Surprises e Exit Music dei Radiohead, Paint it black degli Stones e poi Nine Inch Nails, Soundgarden, e altre.

Non ho voluto scrivere di più per lasciare la gioia di trovare altre cose interessanti a chi leggerà. Sappiate però che la visione di Westworld vi catturerà, oppure vi farà subito cambiare canale/piattaforma. Vi chiederete se davvero fate parte del mondo in cui vivono i robot oppure dove sia, vi domanderete se veramente l’uomo potrebbe creare un “divertimento” del genere magari in futuro. Le domande sono molte, gli episodi e i personaggi altrettanto.

Benvenuti nella meta-narrativa!

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