The Bad Batch

Ho visto The Bad Batch, due ore di fantasia allucinata al sapore di benzina. Troppe forse per un film così forte e a tratti estremamente onirico da risultare in alcuni passaggi veramente stucchevole, ma da vedere fino in fondo.

La storia però c’è e i personaggi pure. Una bellissima Suki Waterhouse interpreta Arlen, giovane ragazza allontanata dalla società americana in un futuro distopico e reclusa in un deserto di umanità e sterpaglie in cui si troverà alla disperata ricerca di un posto in cui vivere.

Proprio mentre si incammina alla ricerca della “città” di Comfort, Arlen viene trovata e catturata da una tribù cannibale che non ci metterà a molto a servirsi di lei come di carne da macello, facendola a pezzi. A metà tra cannibalismo e pulp a tinte forti, la storia continua con la giovane protagonista che riesce, grazie alla sua forza di volontà – e a qualche arto in meno -, a trovare grazie all’aiuto di un vecchio reietto del deserto (un irriconoscibile Jim Carrey) il villaggio di Comfort dove potrà mettersi al sicuro e riprendersi, per tornare a camminare dopo 5 mesi con una protesi costruita artigianalmente.

Suki Waterhouse interpreta Arlene

La vera storia parte da qui, da quando Arlen torna a camminare cercando vendetta ispirata da deliri poco convenzionali e da sostanze allucinogene. Incontra una bambina, suo padre (Jason Momoa, un cannibale palestrato cubano dal fisico imponente ma dalla sensibilità artistica fragile e quasi agli antipodi delle sue sembianze), e si impasticca guidata, assieme alla gente di Comfort, da un santone (Keanu Reeves) che predica dal “palco” di un rave party in mezzo al deserto e guida una pletora di gente allucinata al raggiungimento del “sogno”.

Di interpretazioni se ne potrebbero dare diverse. Sicuramente c’è quella del deserto popolato da reietti considerati “non funzionanti” per la società, come nell’impero del male architettato da Trump, ma si potrebbe anche pensare ad una rinascita personale – maldestra e lisergica -, di una ragazza ormai senza scampo (vagamente una Beatrix Kiddo dei giorni nostri).

Ana Lily Amirpour dimostra di essere una regista con gli attributi, ma differenza dei toni del suo primo lungometraggio A Girl Walks Home Alone at Night, questa volta sembra dar vita ad una sorta di autocelebrazione della propria potenza visionaria, con una sceneggiatura ridotta letteralmente all’osso, sguardi e silenzi che ricordano il lontano mondo western, con una fotografia suggestiva e comunque “alla moda”, prodotta da quei mascalzoni di Vice.

Poteva andare meglio? Probabilmente sì, ma credo che Amirpour abbia deliberato di spingere questo film quasi alle due ore per dilatare il più possibile la sua fame di ego acido e multiforme. Interpretazione di Suki Waterhouse che si aggiudica un “ni”, ma che quando si aggira tra rifiuti con gli shorts e una gamba e un braccio in meno non fai altro che mettere di getto tra le eroine più cool di sempre.

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