Arrington de Dionyso’s Malaikat dan Singa

Fino a poco tempo fa non sapevo nulla di Arrigton de Dionyso. Eppure ha suonato in una band per 15 anni, gli Old Time Relijun (chi non li conosce?!) che sono nati ad Olympia, nello stato di Washington.

La band ha avuto delle reazioni contrastanti da pubblico e critica. Chi li ha amati, chi non li ha capiti e chi li ha rifiutati. Fatto sta che dopo un bel po’ di anni, il loro leader Arrington de Dionyso, decide di prendere in mano le sorti del proprio futuro e fonda i Malaikat Dan Singa, una band orientata verso la musica indonesiana, da cui eredita una struttura onirica basata sull’introspezione catartica e la trance religiosa.

Ok, detto così sembra ancora una descrizione un po’ annebbiata, ma senza un ascolto è impossibile potersi districare anche con una sola semplice definizione, per quanto spaziosa. Le canzoni diventano inni verso un dio musicale di un’altra realtà condivisa, da cui Arrington de Dionyso esce fuori ogni tanto per portare un verbo che talvolta esterna con suoni gutturali del tutto inumani. Fortunatamente gli episodi come quelli di Jiwa Dari Jiwaku sono davvero presenti nei dischi dei Malaikat Dan Singa, essi rappresentano la parte più divinatoria di una band che pone se stessa come tracciatrice di estremi tra quella che è la musica come normalmente la intendiamo e quello che diventa folklore magico essenziale e totalmente schizofrenico.

Honey and Poison, 2019

Il nuovo disco della band, Honey and Poison, è meno estremo dei precedenti. La prima traccia, Broken Vessels, riassume grandi temi già fatti propri da band come Talking Heads e performer come Nick Cave o Mike Patton e sembra condurre la nuova produzione verso terreni più assolati. Ci pensa una traccia come Mingkar Mingkur a sparpagliare di nuovo le carte in tavola, De Dionyso torna in un sonno atavico fatto di mostri, per poi riaffiorare con la mente più serena ma sempre e comunque adorabilmente confusa.

Canzone simbolo, che non c’entra assolutamente niente con il resto dell’album ma è espressione della follia della band, è Todas Las Fiestas de Manana, un motivetto simil messicano adatto ai festeggiamenti del giorno dei morti, con un incedere simpatico e trotterellante.

I brani più tosti sono, casualmente, confinati nelle ultime 4 tracce del disco. Si tratta di canzoni bonus che però affermano e sublimano l’estro creativo della band, che interviene con tutti gli strumenti a sua disposizione a coprire il divagare non sense di Arrington de Dionyso.

Ora, io vorrei spingere tutti i lettori all’ascolto di un disco come questo, anche se i precedenti sono più rappresentativi, per poter dire di aver ascoltato in vita propria un qualcosa di stranamente geniale, punk, esoterico e misterioso. Potete provare una volta nella vita di brividi a livello del subconscio che non ascolterete mai più. La musica dei Malaikat Dan Singa è una sincera presa di posizione, una ribellione verso tutto quello che c’è di precostituito nel mondo. Non so se ci sono state band che hanno già fatto cose simili, forse in Indonesia, in Nuova Guinea, boh, ma so che questo 2019 è iniziato con un disco freschissimo, attuale, non globalizzato e “reale”, derivante da una fantasia agonizzante in un mondo di concetti e preconcetti che hanno reso uguali le trame suburbane e quelle anche solo fintamente bucoliche dei continenti.

Non dirò altro, se non che la mia canzone preferita è All The Singa Are Alive, gutturale, sciamanica, primitiva, bellissima. Il resto sta a voi.

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