Quattordici anni dopo

Oggi ho fatto un breve viaggio in auto e ho messo nello stereo un cd di 14 anni fa. Mentre guidavo ripensavo a cosa provavo nel 2005, esattamente, e lo ascoltavo per le prime volte in delle cuffie attorcigliate, da cui si sentiva praticamente nulla. 

Ho riflettuto su quante cose sono passate da quell’estate. Nuove famiglie, lavori, consuetudini quotidiane che una volta manco immaginavo sarebbero state “nostre”. In tutti questi anni ho continuato ad ascoltare musica, ho visto concerti e persino incontrato musicisti che non avrei mai sperato di poter “toccare” a qualche centimetro da me. In tutti i mesi, che mi hanno separato da quell’estate ho provato ad essere me stesso e fingere il meno possibile di essere qualcosa che non ero o non potevo essere.

Speravo di vivere in una città, nella mia città, Parma, ed ora che tutto è tornato come quando ero piccolo, a 100 km di distanza da qualsiasi cosa, in un’Arcadia che sa di Irlanda e fieno bagnato, mi sento come se non fossi mai partito, alla ricerca di una laurea, di una ragazza, di un lavoro.

Ho sempre continuato a scrivere, questo sì, lo promisi sin dai primi anni del liceo. E di fatto, non ho mai smesso. Ho scritto lettere, biglietti, lunghissime dissertazioni sul perché Noel Gallagher era il mio eroe musicale, recensioni di concerti che mi hanno visto salire sul palco assieme ai musicisti, pieni di sudore, con le magliette da strizzare. Ho scritto anche di cose bellissime come l’inaugurazione di spazi per bambini e persone disabili, che mi hanno dato la forza di non smettere mai di fare il mio mestiere, il giornalista, e cercare di imparare sempre di più, da qualsiasi esperienza. Ho scritto di scontri in piazza, di incidenti in pieno giorno in via Piacenza, di serate caldissime ad aspettare che facesse notte seduti al parco, io e centinaia di studenti che portavano dal sud i tamburelli e cantavano fino all’alba. Io quei tamburelli li sento ogni tanto, ancora adesso, quando provo ad addormentarmi nelle notti più calde d’estate. E un po’ mi fanno sorridere, un po’ mi fanno nostalgia, come un groppo alla gola, un qualcosa che non va né giù né su, come il finale di Ovosodo, più o meno.

I subways, made in 2005

E ora che è tornata l’ora della musica fino a notte fonda, penso, sono passati 14 anni da quando ascolto questa musica. Ma solo ora mi sembra che abbia preso una forma ed un colore ben preciso. Se dovessi descriverlo direi che questo disco dei Subways sa di ciliegia 🍒 , di fragola 🍓 , di pesca 🍑 , di qualcosa di cui sembra non se ne abbia mai abbastanza. Forse sa solo dei vent’anni che mi sembrano più lontani dei diciotto, di tanti libri ancora da leggere e dei pomeriggi passati a vedere film prima di provare a volare con la bici.

La mia gatta ha 14 anni, precisi, la prendemmo proprio quell’estate. Ora son passati così tanti mesi che mia mamma dice che è invecchiata e c’ha i dolori. La prima notte con Penny tra le mura di casa fu bellissima, era piccola e grigia siamese, con gli occhi blu. Mi addormentai accarezzandola e mi risvegliai nella stessa identica posizione. Non è più successo, da 14 anni a questa parte. Anzi, Penny è diventata scontrosa e se ne sta sempre sulle sue, comunica poco se non per far capire che dobbiamo liberare una sedia per lei, però ha imparato quasi a parlare. Borbotta da sola quando qualcosa non va e risponde quando la chiamiamo. Dice: “Sono qui, cosa vuoi?”. O almeno io la traduco così. Il resto del giorno dorme. Dorme sempre e io penso che sia almeno tranquilla con se stessa.

Una cosa che ho imparato in tutti questi anni, in cui Penny è invecchiata, è a tener più conto delle cose intorno, i colori, le luci, i fiori, cose che prima davo come intangibili e immutevoli come il giorno del mio compleanno. In questo mi hanno aiutato tantissimo i quasi dieci anni da quando ho preso in mano una macchina fotografica e mi sono messo a scattare, un po’ per dispetto, un po’ per mestiere, fotografie alle cose, mobili o inanimate, come i sassi che non si muovevano da centinaia di migliaia di anni. Di tante foto che ho scattato, la foto che mi piace di più è forse questa (in alto) e la cosa divertente è che non ho la minima idea di chi sia. Mi basta sapere che quando la scattai lei ballava, faceva caldo, c’era la musica e non la rividi mai più. Che poi è un po’ la storia di tutte le mie relazioni successive al 2005, l’anno in cui uscì questo disco dei Subways che sembra essere ancora in forma smagliante, dopo tutto questo tempo.

Insomma, che io ci creda o no, da quell’estate in poi cambiarono tante cose. Se non altro posso dire di essere cresciuto e allo stesso tempo di non essere mai cambiato. Una volta mi innamoravo delle bassiste brune coi jeans strappati, ora delle parlamentari coi capelli biondi e gli occhiali da professoresse. Anzi, Maria Elena Boschi, se mi stai leggendo, sappi che ti seguo dalla prima Leopolda e ti amo incondizionatamente anche adesso che non sei più una potentissima ministra, ma so che avrai modo di diventarlo di nuovo, lo so.

Insomma, alla fine oggi ho fatto un giro e ho visto giovani che potrebbero essere mie figlie, andare in giro coi capelli sciolti ed attirare l’attenzione con gesti che solo loro possono fare per altrettanti giovani che quei gesti li capiscono a decine di metri di distanza. Ogni tanto si baciano. Ogni tanto  si tengono per mano. Ogni tanto litigano e lei torna dalle amiche, mentre lui sta al bar a parlare di calcio e di oggi che c’è la finale di Champions League. Tiferemo Liverpool, si sa. È scontato. E loro, le ragazze, come nel romanzo di Emma Cline, restano lì, ridono, le stesse di 14 anni fa, con il vento che le solletica sotto le t-shirt colorate e ancora troppo morbide.

Sono tornato a casa e ho preso in mano il MacBookPro. (Sì lo devo specificare perché quattordici anni fa si chiamava PowerBook). Ho pensato che dopo quasi quaranta mesi di pioggia oggi c’è il sole e fa caldo. Tra venti giorni è estate. Incontro Fra per la strada e mi dice che alle elezioni hanno preso una batosta. Così, parliamo di politica e io non ce la faccio più, avevo persino promesso che me ne sarei disintossicato per un po’, e invece… la colpa è dei socialisti, dice Fra. E io non lo so, forse, forse ha ragione. Qui seduto sul divano ho la copia di Internazionale col faccione di Matteo Salvini. Quattordici anni fa ascoltavo solo dischi in formato digitale, che riuscivano ad essere ugualmente brutti da sentire tanto quanto un vinile anni ’70 pieno di righe e ovalizzato. La politica era più bella, cioè, con la scusa che passavano spesso a vendere Lotta Comunista davanti all’Università ero diventato Comunista anche io, anche se non andavo al cineforum che organizzava il comitato studentesco. Più che altro adesso penso a tutti quei momenti che ho passato inconsciamente. Ecco, vorrei riprenderli in mano per un momento. Uscire di sera e sentire i tamburelli degli studenti salentini. Passare o prendere una sigaretta senza sentire il bisogno di ringraziare o di restituirla. Sentire quella specie di stanchezza che avevo alle tre di notte pedalando fino a tornare a casa. Via Mazzini, Via D’Azeglio, via dei Mille e poi arrivato. Salire tre piani, stendermi sul letto e bum, un cuscino fresco e le cuffie ancora nelle orecchie.

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