Salta!

Ultimamente ho ricominciato a giocare parecchio con il mio buon Nintendo Switch. La connessione online ha fatto sì che io potessi avere anche qualche buon titolo del passato da rivedere di tanto in tanto e la mia vena anni ’80 (considerato anche che piano piano sto recuperando le puntate perdute di Stranger Things) mi ha riportato agli anni in cui interagire con un piccolo personaggio pixelato e fortemente brutto era considerato da me e i miei amici come un qualcosa di futuristico e meraviglioso.

Sono passati 30 anni. Non abbiamo più la voglia e la capacità di meravigliarci di fronte a simili videogiochi. La realtà e la spasmodica ricerca della perfezione hanno finito con il confondersi con il reale. Un idraulico non può più essere in grado di salvare una principessa. Questo è meglio che lo sappiate tutti.

Cosa è cambiato da allora? Senza ombra di dubbio è lampante il modo in cui non riusciamo più ad immaginare un mondo fantastico senza dover fare troppi confronti con quello in cui viviamo. Riprendendo in mano un joypad e osservando la faccina baffuta di Mario che entra nei castelli dopo ogni “quadro” resta evidente la semplicità con cui riuscivamo tutti ad emozionarci.

“Salta” dicevano i miei amici. Salta! ripetevo premendo lo stesso pulsante senza fermarmi mai…spara! In assoluta sincerità, tutte quelle piccole mosse erano l’allenamento preferito delle nostre piccole teste. Non sono un sociologo, ma ritengo che quello sia stato un momento bellissimo per la nostra società occidentale, ritrovarsi senza barriere e confini a poter giocare per il semplice piacere di poterlo fare, immaginando storie.

Oggi tutto mi riesce più complicato, lo ammetto. I miei movimenti sono diventati legnosi, ma soprattutto le mie reazioni si sono fatte più lente e meno spontanee di fronte alle peripezie di mondi. Era naturalissimo saltare sopra ad una papera per immobilizzarla o provare a prendere un fungo per crescere, un fiore per sparare, una stella per diventare invincibile. Nintendo aveva scritto storie bellissime raccontandole grazie alle nostre ore giocate, senza mai perdere di vista quella che doveva essere l’immaginazione – da parte nostra – per costruire una storia.

“Salta”, premevo il pulsante rosso e rischiavo la vita. Salta! E migliaia di bambini, dal Giappone all’Italia si impegnavano in una promessa più grande di loro, per scrivere un racconto o quanto meno completarlo nel minor tempo possibile. La paura di cadere era alta, le percentuali di vittoria sempre risicatissime, c’era una principessa da salvare.

Ora che ho quasi quarant’anni, mi siedo di fronte alla tv e non riesco a trovare le stesse motivazioni – pur divertendomi un sacco -. Le mani diventano come spugne appena stringo  il joypad, non so qualche bottone devo schiacciare, scelgo quasi sempre la difficoltà principiante ed ho già perso tantissime vite. Sono sicuro che un bambino qualsiasi mi batterebbe sempre. Ma non vuol dire che se sono adulto non sono più grado di giocare. Sono come quegli studenti che “si applica ma non riesce”, dovrei tornare indietro 30 anni per riavere in mano la situazione. Ora tutto mi sembra diventato piccolo, inizio a leggere male persino le scritte in sovraimpressione. Tocco uno schermo senza che abbia il touch, ho il MacBook sempre pronto per scrivere qualcosa, musica nell’ambiente, un gatto che mi dorme a fianco, aspetto che torni settembre. Saluto il mare dalla torre del castello di Hyrule.

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