Un capolavoro contemporaneo di inequivocabile sarcasmo

Mi sono detto: “No, dai questa volta inizio a guardare Fleabag senza farmi prendere dalla frenesia, puntata, un po’ di giorni, puntata, un po’ di giorni, puntata, ecc.”. Il problema è che quando Phoebe Waller-Bridge ti guarda dalla sua parte dello schermo, io proprio non riesco a resistere, butto nel cesso il mio proposito da buon visitatore seriale e mi sparo 5 o 6 puntate “di fila” della seconda stagione di Fleabag (su Amazon prime). L’ultima, si dice, speriamo di no, e ora vi spiego perché.

La prima stagione, che doveva concludersi così come era nata, estemporanea e magistralmente diretta, scritta, interpretata, montata, e chi più ne ha più ne metta, aveva messo le basi ad un prodotto unico nel suo genere, un capolavoro di humor che reggeva benissimo in ogni sua parte, ironico, beffardo, autoreferenziale e tagliente. Poi, un anno dopo, sì, più o meno, ecco che partono i nuovi capitoli della serie, nel modo più assurdo e divertente di sempre: una puntata in cui si vede la nostra cara protagonista pulirsi il sangue dopo aver ricevuto un pugno in faccia, mentre aiuta sua sorella Claire che ha appena abortito, all’interno di un ristorante, alla cena preparatoria per il matrimonio del padre e della insopportabile matrigna, in cui è presente anche un prete, di cui, ovviamente sapremo molto di più in seguito.

Parte tutto da qui, sappiamo che ci sarà un matrimonio e che Fleabag ovviamente combinerà un casino con un parroco. Cioè nella prima puntata forse non viene esplicitamente detto, ma dai primi momenti in cui lo vediamo, sappiamo che succederà qualcosa di esilarante. Anzi, vi dico il momento esatto in cui veniamo a saperlo (tanto non spoilero nulla, vedete la foto qui sotto): quando in una pausa sigaretta all’esterno del ristorante, li troviamo entrambi impacciati nell’atto di scambiarsi i primi saluti. Ci chiediamo subito: cosa succederà adesso?

Sappiamo che il personaggio di Phoebe Waller-Bridge ha avuto un recente trascorso totalmente instabile, ha dovuto elaborare un lutto ed ora si trova nuovamente ad impattare con la tragicomica quotidianità degli eventi. Affastella storie d’amore della durata di una notte, combatte per la propria emancipazione fino a diventare coriacea e refrattaria ad ogni ammonimento. E la cosa più bella, secondo me il tratto fondamentale del personaggio, è il modo in cui ci guarda (una versione femminile di Frank Underwood) e ci sorride mettendo in pausa la diretta degli eventi. Un volto destinato a farci sorridere, ma soprattutto a renderci complici del suo modo di fare e delle sue correnti peripezie.

Cioè, bene o male, in questa seconda stagione vediamo Fleabag nientemeno che alle prese con l’amore di Dio. Vi sembra poco? E non è tanto il suo personaggio a chiedere perdono o supplicare grazia, quanto la stessa divinità a voler comunicare con lei e il suo bizzarro mondo, come ad interagire comicamente nella sua strampalata condotta laica e peccatrice.

I dialoghi sono decisamente superlativi (avevate dubbi?), raccontano uno spaccato della società medio borghese alle prese con problemi che appaiono insormontabili, crisi di nervi, litigi, misoginia, aborti, canapè e disastri, tanti. Ma non sono solamente le scene a farci sorridere, sono le parole, quelle dette e quelle sottintese con gli sguardi di Phoebe, decisamente straordinaria nel suo ruolo, adorabile e a tratti davvero “meravigliosa”, iconica e di un sarcasmo che probabilmente non ha eguali nella produzione per il piccolo schermo.

Cioè, solo il primo episodio vale una serie intera. Potete fare come me, guardarla tutta d’un fiato o gustarvela piano piano con un gin tonic in mano, magari innamorandovi di un prete o guardando in giro che non ci siano delle volpi, non si sa mai. E quando tutto finisce, mentre sentirete nostalgia di Fleabag ripenserete alle scene che vi hanno fatto andare fuori di testa, al modo in cui avete imparato ad osservare la realtà, dissacratorio e singolare, in cui due occhi e due labbra sembrano poter sdrammatizzare la complessità del mondo. Una seconda serie bellissima, che forse completa il ciclo, o lascia aperto uno spiraglio ad una trinità che potrebbe essere ancora più geniale.

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