Vi ricordate di Srebrenica?

Ogni estate, e non so per quale motivo, ripenso alla guerra in Jugoslavia. Diciamo pure che è un qualcosa che mi porto dentro dalla mia adolescenza. Quando avvenne il massacro di Srebrenica, l’11 luglio 1995, avevo da poco compiuto 13 anni. Di guerra se ne parlava molto, soprattutto dopo quella del Golfo che aveva ormai creato la grande dicotomia tra i buoni, gli americani, e i cattivi, gli iracheni di Saddam Hussein. Si trattava però di guerre totalmente differenti. Nel medio oriente una guerra di “liberazione”, vicino a noi una guerra civile. Vicino a noi nel senso che i cannoni erano proprio oltre il confine italiano e i luoghi dei bombardamenti, delle enclavi letterariamente sicure della Bosnia, così come i rastrellamenti operati da Ratko Mladić si svolgevano, nella noncuranza internazionale, al di là dell’Adriatico, poco più di un lago che lambisce ancora la costa est dell’Italia.

Cosa mi aveva colpito della guerra in Jugoslavia? I campi di concentramento. Sebbene ne sapessi ancora poco, in cuor mio erano come i luoghi più terrificanti della storia, raccontati a grandi passi dai libri di scuola, sembrava impossibile che 50 anni dopo qualcuno permettesse che tali barbarie fossero di nuovo compiute. Almeno non dopo le alleanze Atlantiche e la fondazione delle Nazioni Unite.

A Srebrenica però c’erano 600 giovani soldati olandesi. Impreparati, svogliati e soprattutto inesperti di come funzionava una guerra civile. Mladić ci mise ben poco a incutere paura sui caschi blu. Aveva cannoni puntati sulla valle tenuta prigioniera, dove la maggioranza etnica islamica si trovava asserragliata da mesi. Di fatto Srebrenica era un grande campo di concentramento da cui nessun poteva uscire e in cui gli aiuti arrivavano a singhiozzi sempre più sporadicamente. I contingenti erano sorvegliati dalle truppe dell’ONU ma non era concesso loro di sparare se non per autodifesa, quindi i Serbi avevano molta libertà di movimento e di azione militare e non solo.

Mladić era un uomo di merda. Aveva la faccia da grasso bevitore e incuteva sdegno già a partire dallo sguardo. In uno dei filmati dell’epoca si vede lui, con le sue sudicie manone, accarezzare i volti dei bambini e rassicurare donne e anziani che agli uomini, figli e mariti, non sarebbe successo nulla. Questo mentre gli stessi maschi venivano divisi e portati in luoghi che sarebbero stati poi i loro giacigli una volta ammazzati sommariamente con nessuna pietà. Fosse comuni.

Libro consigliato: La guerra dei dieci anni. Jugoslavia 1991-2001
Curatore: Alessandro Marzo Magno
Editore: Il Saggiatore

A Srebrenica morirono 8372 persone, circa, ma i corpi non furono, o meglio non sono ancora stati, ritrovati del tutto. Ci sono ancora delle ossa sparse nella zona che vengono costantemente raccolte e riportate in un tendone per sottoporle ad identificazione, soprattutto tramite il DNA dei discendenti, se ce ne sono stati. Epurazione? Genocidio? Furono ritrovati diari di Mladić in cui egli stesso metteva su carta il suo odio per i musulmani e i paesi occidentali, rei di appoggiare la Bosnia in cambio di qualche favore di politica estera con il vicino Oriente. Furono molto importanti per arrivare alla sua condanna all’ergastolo avvenuta solo pochi anni fa, nel 2017, 22 anni dopo l’11 luglio 1995.

È molto strano che si parli poco del dramma che ha vissuto la Jugoslavia dopo la fine dell'”impero” di Tito. È ancora più strano che la comunità internazionale abbia avuto un ruolo pressoché irrilevante di fronte a manifeste forme di sistematico genocidio. È stata una guerra di 10 anni, una guerra etnica, religiosa, violenta. Pochi sembrano ancora volerne avere a che fare, nemmeno con il ricordo.

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